mercoledì 25 maggio 2022

Verso la riforma dei trattati europei

In relazione al processo di integrazione europea, le crisi di questi anni - prima finanziaria, poi pandemica, poi bellica - ne hanno rimesso in discussione i tempi e le modalità. Nel frattempo, dopo anni di stasi, si intravede la necessità di nuove riforme che pongano al centro alcuni rilevanti temi, soprattutto per ciò che attiene ai meccanismi decisionali europei.

Vi proponiamo perciò un recente editoriale del Movimento Europeo in Italia, in cui si pone l'accento sui settori che richiedono attualmente un adeguamento al nuovo scenario:

CLICCA QUI PER LEGGERE l'EDITORIALE DEL MOVIMENTO EUROPEO

Con riferimento ai temi trattati da questo blog, si può aggiungere anche che le riforme da attuare in ambito europeo portano a ragionare su quali siano le modalità di divulgazione di meccanismi complessi al largo pubblico. 

Si può dire che, grazie ai mezzi della digitalizzazione, l'Unione potrà optare in futuro per forme sempre più leggere e decentrate di comunicazione, che viaggino veloci dal centro alla periferia del suo territorio. I cittadini si aspettano molte risposte da una Unione che sia più vicina, più efficiente, più rappresentativa. 

Il ruolo dei media è di fondamentale importanza, in questo processo; una delle principali funzioni che entra in campo è quella di oltrepassare il perimetro degli addetti ai lavori, rendendo chiaro ai lettori come vengono prese le decisioni a livello europeo e indicando fin dove arrivano le competenze dell'Unione rispetto a quelle degli Stati. 

Difficile che tali argomenti trovino spazio nei telegiornali, perciò l'obiettivo che qui ci si prefigge è quello di contribuire alla conoscenza di questioni complesse e mettere il lettore nelle condizioni di continuare ad approfondire autonomamente.

Per ciò che attiene ai temi trattati, si consiglia di far riferimento ai seguenti testi normativi, i cui articoli sono riportati nell'editoriale del Movimento Europeo:

Trattato sull'Unione Europea;

Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea.


martedì 24 maggio 2022

Criminalità internazionale: tra letteratura e saggistica

 



Il trattamento di storie di reati, di criminalità organizzata e quant’altro vede sui media la sua pagina fissa. Ecco perché occuparsi dell’argomento cercando aspetti di originalità, attraverso momenti di riflessione organizzati seguendo una prospettiva particolare. In relazione a ciò, Federica Giandinoto, avvocato, ha recentemente curato una pubblicazione sul tema, dal titolo “Saggi di psicologia criminale”, che ha raccolto l’illustrazione di una serie di casi di interesse giudiziario, più o meno recenti. Questo progetto è stato realizzato al termine di un seminario formativo da lei condotto presso l’associazione romana “Attività di pensiero”.

Massimiliano Nespola, giornalista pubblicista, per l’occasione riproporrà all’attenzione del pubblico il suo romanzo “Badolato-Dublino, la rosa dei venti”, una storia sulla lotta alla criminalità organizzata internazionale di matrice calabrese, la ‘ndrangheta, che, come è noto, oggi va combattuta e contrastata nelle sue propaggini in tutto il mondo, partendo dal tracciamento dei flussi finanziari che la riguardano. Ecco quindi che i due autori si ritroveranno presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo, sabato 28 maggio alle ore 11.30, per illustrare ai lettori i propri testi.

La cornice entro cui leggere questo evento è non tanto l’illustrazione con finalità cronachistiche dei vari casi, quanto l’idea che si possano unire gli strumenti di più discipline per diffondere sull’argomento conoscenza e consapevolezza.

Per ciò che attiene agli aspetti letterari della narrazione di Nespola, si può dire che essi scaturiscono dalla conoscenza mediata dalla lettura di articoli di giornale e da quella svolta sul campo, per poi ideare un romanzo di formazione ancora in via di ulteriori elaborazioni: all’autore è stato richiesto infatti di scrivere un seguito, che prima o poi arriverà.

Giandinoto ha invece unito i vari spunti raccolti durante lo svolgimento del suo corso, anche alla luce della sua esperienza di avvocato, per focalizzare l’attenzione in questo caso soprattutto sui processi mentali che si attivano negli autori di reati anche particolarmente efferati. In questo caso, la descrizione dei fatti diventa occasione di analisi e ricerca, volta alla comprensione delle personalità spesso contorte – ma anche drammaticamente coerenti e lucide – di individui che si macchiano di tali colpe.

Il risultato è un’unione di prospettive differenti sul tema della delinquenza e della devianza, che parte dall’osservazione per addentrarsi nei territori affascinanti, vasti e complessi della letteratura e della psicologia.



Dov'è la vittoria?

Gli spunti odierni di Daniel Mateo Montalcini, con un approccio particolarmente critico, pongono all'attenzione le debolezze, le velleità e l'intestardimento russo: pur di non voler ammettere la disfatta in arrivo, la Russia prosegue nelle azioni militari.

Editing di Massimiliano Nespola.

Buona lettura


EXODUS

La crisi ucraina prosegue, con gravi perdite sia dal punto di vista dei diritti civili, sia in termini economici, sia in termini di vittime; i più colpiti rimangono sempre i bambini. In sette settimane, ossia dall’inizio del conflitto, si stima che 7,5 milioni di bambine e bambini siano stati costretti ad abbandonare le proprie dimore per dirigersi verso altri Paesi in cui poter ricevere protezione e andare verso il ritorno ad una parziale normalità, assieme ai propri famigliari. Un altro scopo di questo esodo è quello di recarsi in Paesi in cui trovare supporto da parte di parenti, assieme alle madri in grado di fuggire con loro.

Si tratta di dati provvisori, in quanto si stima che il dato esatto sia di gran lunga maggiore. Secondo le Nazioni Unite, 2,8 milioni di bambine e bambini risultano sfollati in Ucraina e gli altri 2 milioni fuggiti altrove pur di mettersi in salvo. Si riportano purtroppo dati ufficiali che segnalano la morte di 153 tra bambine e bambini, benché i numeri possano risultare realmente maggiori, per non dimenticare il numero di feriti, stimati in 246, anche in questo caso senza però conoscere il dato reale.

Per un recupero psicologico a seguito di questi traumi, si sono subito attivate unità di crisi quali il Fondo Emergenze. Il pericolo che trattiene tutti questi bambini in una morsa di incertezze e paure è quello di essere uccisi durante i continui attacchi alle scuole, che sfiorano una media di 22 colpite quotidianamente. Gli altri timori sicuramente provengono dalla mancanza di viveri e dalla carenza di acqua e medicinali.

Peter Walsh, il direttore di Save the Children in Ucraina, ha dichiarato che vi è una presenza della sua organizzazione in Ucraina, in Romania ed in Polonia. Nel Paese invaso, sono giunti già nel 2014. Qui hanno fornito aiuti umanitari essenziali, quali il sostegno per l’accesso a un’istruzione inclusiva e adeguata. Save the Children si impegna a supportare scuole e comunità per aiutare questi bambini a poter superare e venir fuori da questo insieme di impatti sociali e psicologici, curando le ferite delle esperienze da essi vissute, di conflitto e violenza.

In Polonia invece il team si occupa di rintracciare e ricongiungere ai propri famigliari le bambine e i bambini rimasti soli e ristabilire così dei sistemi di protezione. In Romania, differentemente, si procura supporto ai rifugiati che giungono al confine dall’Ucraina, fornendo generi di prima necessità non alimentari e altri servizi di soccorso. In Italia, Save the Children si occupa di fornire assistenza legale temporanea e supporto ai bambini nel corso del loro asilo, collaborando con le agenzie delle Nazioni Unite per fornire garanzie riguardo alla protezione dei minori non accompagnati.

 

A UN PASSO DAL BARATRO

L’invasione dell’Ucraina è stata presa molto alla leggera dall’establishment russo, che ha forse pensato che si sarebbe trattato di un’impresa semplice e in discesa. Così non è stato, come tutt’ora è evidente, malgrado le dichiarazioni di chi rappresenta le dinamiche di questo conflitto attraverso falsi e facili entusiasmi.

Vi è anche però chi, come Marat Gabidullin, ex comandante dell’organizzazione russa paramilitare Wagner, ha affermato – ospite del programma Mezz’ora in Più condotto da Lucia Annunziata su Rai3 – che la guerra in Ucraina non sarebbe più sostenibile. Col proseguire del conflitto, senza compiere nessun passo indietro, si starebbero esaurendo le risorse ed il potenziale militare russo.

La guerra già di per sé si dimostra quale grave errore, in quanto di sicuro il più grande crimine contro l’umanità. Lo è sia per gli ucraini che per i russi. La Russia, indebolendosi sempre più, potrebbe ora favorire attacchi ed avanzamenti militari da parte degli afghani. Gabidullin si dimostra molto critico sulla gestione della guerra da parte delle squadre russe, con strategie di efficacia assai dubbia sul piano militare. A confronto, l’Occidente conduce manovre militari ben differenti.

 

UN PASSO FALSO

Come già si è detto, l’invasione dell’Ucraina dimostra di essere un grande errore, come tutte le guerre, che alla fine non hanno né vinti né vincitori. Chiunque tenti di prevalere con mezzi non legittimi e perpetrando crimini, invece che raggiungere accordi diplomatici, potrà sempre essere sconfitto su altri fronti e trarre da ciò un pretesto per innescare altri conflitti.

I russi in questo caso, pur non avendo vinto, in quanto l’invasione dell’Ucraina, assolutamente errata, perdura, vanno avanti per non ammettere che il Paese aggressore non ha più i mezzi per vincere; o che finora, comunque, l’esercito russo sta sempre più indebolendosi, arrivando al punto paradossale, tuttavia, che, per non voler riconoscere le proprie incapacità, prosegue nel conflitto.

I russi ritenevano di poter essere accolti come liberatori, ma la guerra ha finora dimostrato il contrario. Non conquistando niente, hanno cambiato strategia con l’obiettivo di distruggere tutto. Nel Donbass si rischia di creare una nuova Mariupol. Anche sui media, nonostante la disinformazione di sistema organizzata dalla Russia, sembra emergere che i falchi di Putin non gli crederebbero più. Un esempio non banale sono stati i commenti tutt’altro che leggeri da parte di Gabidullin nei confronti della gestione militare di Putin.


Daniel Mateo Montalcini – a cura di Massimiliano Nespola


lunedì 23 maggio 2022

Lo zar e la NATO

Oggi Daniel Mateo Montalcini giustappone all'analisi, in evoluzione, del contesto in cui si sta predisponendo un argine alla minaccia russa attraverso il rafforzamento della NATO, anche un elemento particolare: un ritratto di Putin e delle sue paranoie.

Editing di Massimiliano Nespola.

Buona lettura


OSSESSIONI

Nel corso dei suoi 30 anni di viaggi, in Putin si riscontra un dettaglio che rivela un tratto della sua personalità: l’ossessione per la sicurezza. In maniera ossessiva, lo zar è infatti dedito a programmare ogni singolo aspetto della sua vita, grazie al supporto ed alla programmazione da parte dei servizi segreti in suo appoggio.

Giusto per porre all’attenzione qualche esempio: la scorta procurata a Putin è composta da 18 auto blindate. Fa da cornice alla sua ossessione per la sicurezza la presenza costante di un’ambulanza al seguito. Non è da escludere, come elemento, il tavolo di 4 metri messo a disposizione durante ogni discorso, nel periodo più caldo della tensione dall’inizio del conflitto ucraino. Apparentemente ridicolo, ma molto ben studiato per far fronte all’ossessione da avvelenamento di Putin, il gruppo di assaggiatori sempre al suo seguito.

Si comprende come la vita di un personaggio del genere possa essere appesa ad un filo molto sottile: assicurarsi che ogni persona a suo fianco non sia un Giuda, un doppiogiochista o una spia. Una vita sempre appesa ai fedelissimi, sempre guardandosi le spalle.

 

PER UN RINFORZAMENTO DELL’UE

Ai più alti livelli europei, Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la Politica Estera, ha dichiarato senza esitazioni che il processo di adesione della Finlandia alla NATO, assieme alla vicina Svezia, non può interrompersi, o temere nessun genere di rappresaglia da parte di Paesi esteri quali la Russia, e che la NATO stessa e l’UE sono pronti ad intervenire seduta stante.

L’Articolo 42 c. 7 del Trattato sull’Unione europea sancisce chiaramente che se un Paese membro subisce qualunque genere di attacco o presunta invasione, tutta l’Unione ha diritto e dovere di difendere quest’ultimo con ogni mezzo. Simile ad esso, vi è anche l’Articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall'ari. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale”.

I due Paesi scandinavi sono dunque in attesa del semaforo verde che gli conferisca il diritto ad aderire; l’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO comporterà, a seguito della conferenza stampa rilasciata da Borrell, un naturale rafforzamento del Trattato Atlantico e, non da ultimo, rafforzerà la cooperazione tra gli Stati membri nell’unità per la sicurezza. Si rafforzano dunque le speranze di una rapida adesione dei due Paesi scandinavi, al fine di ridisegnare la mappa geopolitica europea.

 

Daniel Mateo Montalcini – a cura di Massimiliano Nespola


sabato 21 maggio 2022

La situazione attuale del conflitto e la Storia

Pubblichiamo un intervento di Daniel Mateo Montalcini focalizzato, come di consueto, sul monitoraggio della situazione di conflitto russo-ucraino. Al monitoraggio di questi ultimi giorni, si accompagnano alcune pillole di Storia.

Editing di Massimiliano Nespola.

Buona lettura


LE FAKE NEWS SONO UN BOOMERANG

Il 16 maggio scorso, la TV di Stato russa ha diffuso verità schiaccianti, che rivoluzionano la visione e le considerazioni sulla conduzione della guerra russo-ucraina, molto spettacolarizzata, finora, con l’obiettivo di non far comprendere la situazione reale. L’ex ufficiale russo Khodarjonok ha infatti rivelato messaggi inequivoci in merito alla motivazione e determinazione dell’esercito ucraino contro un sempre più debole e danneggiato economicamente esercito russo. Gli ucraini paiono talmente influenti da mobilitare un milione di uomini, il che non può far altro che peggiorare lo scenario a sfavore dei russi.       

Le dichiarazioni del Colonnello portano a non poter più nascondere la verità sugli eventi, finora abilmente nascosti dalla propaganda russa. Gli insuccessi russi durante 80 giorni di conflitto sono troppi evidenti da nascondere. Il Guardian ha riportato il 17 maggio la notizia secondo cui la madre di un soldato russo presente sulla nave affondata Moskva continuava a chiedere informazioni sul figlio senza ricevere risposte; dal che traspare la falsità delle dichiarazioni secondo cui invece tutto andrebbe bene.                               

Le opzioni rimaste al Cremlino sono ormai limitate. Una consiste nella possibile uscita dal campo convenzionale per avviare una soluzione diplomatica, la sola percorribile per raggiungere nuovi equilibri. Tuttavia, il 17 maggio Zelensky ha dichiarato rivolgendosi a Macron che le trattative sarebbero ad un punto morto. Putin, da parte sua, non ha ancora ufficialmente alzato bandiera bianca, ma non può fare altro che agire per uscire da una situazione senza via di scampo nella quale si è cacciato da solo.

 

SENZA VINCITORI NÉ VINTI

Con il continuo rovesciamento delle strategie di guerra, nell’area ucraina del Donbass si è pronti ad assistere ad un inasprimento del conflitto; gli americani sembrano ora intenzionati a rafforzare le sanzioni, sostenendo i militari ucraini, anche se da ciò conseguirà il prolungamento della guerra. Biden da parte sua sembra sempre più convinto a portare Putin, quale criminale di guerra internazionale, di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja.

Lo scenario cambia in funzione della possibile, ma non ancora certa, sconfitta della Federazione russa. Comunque andasse a finire, portare Putin all’Aja appare molto improbabile, data la dimensione e la cultura imperiale russa, differente da quella serba dell’ex leader Milosevic, che si riuscì a portare sul banco degli imputati, anche se la sua morte avvenne prima del termine del processo a suo carico. Alla fine del secondo conflitto mondiale, le Nazioni Unite non hanno riconosciuto l’ex URSS quale potenza imperiale ed a seguito della fine della guerra fredda ciò è stato motivo di profondo e crescente risentimento per gli ex sovietici.

Al risentimento fece seguito la preoccupazione russa dell’allargamento ad Est della NATO, comprendendo i Paesi Baltici, Polonia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per ironia della sorte, per chiudere il cerchio magico dei Paesi dell’Est spinti verso la NATO manca ora giusto l’Ucraina. La Russia la considera al contrario regione di sua appartenenza; in merito a ciò, è interessante ricordare alcuni fatti storici: nel 1812 l’esercito napoleonico vi passò, così come Hitler, nel 1941, per invadere la Russia. La Storia dell’Europa, come si può notare, è in realtà ben più complessa delle affermazioni di un singolo, è costellata di tensioni e rovesciamenti degli equilibri. Inoltre il diritto internazionale, diversamente da pretese di aggressione basate su presunte appartenenze storiche, riconosce ai popoli la facoltà di autodeterminarsi; è a questo caposaldo che bisogna guardare, nella vicenda ucraina, per capire dove cercare le ragioni e dalla parte di chi.

La NATO a cui la Russia si oppone strenuamente è un’alleanza politico-militare creata nel 1949, da subito, nel dopoguerra, con lo scopo di ostacolare ogni avanzamento dell’URSS. La stessa URSS crollò, nel 1991, a seguito della caduta del Muro di Berlino avvenuto il 9 Novembre 1989, che sancì una divisione in Stati indipendenti prima satelliti dell’URSS, e dopo la cattura di Gorbachev, ultimo leader sovietico e promotore della Perestroika, un tentativo di democratizzazione dell’impero e del totalitarismo comunista.

 

Daniel Mateo Montalcini – a cura di Massimiliano Nespola

giovedì 19 maggio 2022

La strada impervia verso la Costituzione (formale) europea

In relazione all’attualità europea, si sta trattando ampiamente, sui media, il tema del posizionamento dell’Unione europea rispetto alla scottante questione della guerra. Meno attenzione sembra riservata, invece, al complesso meccanismo di funzionamento delle istituzioni europee, in vista di orizzonti futuri nella direzione di una maggiore integrazione. Con le crisi di questi ultimi anni, infatti, si è assistito ad un netto cambio di scenario e si percepisce, oggi più di ieri, l’esigenza che gli Stati membri rispondano uniti alle avversità.

Come potrete notare, tra le fonti menzionate da questo blog vi è la newsletter del Movimento Europeo in Italia. Costituito nel 1948, riveste tuttora un ruolo protagonista sia per la comprensione che per l’impostazione dei meccanismi di funzionamento dell’Unione europea. Tra i temi recentemente trattati nell’ultima newsletter, ve n’è uno di grande importanza, a cui è dedicato l’editoriale: quello cioè della riforma dei trattati e di quale dovrebbe essere il metodo per portare a termine con successo questo complesso lavoro.

Si ricorda che il Trattato vigente dal 2009 è quello di Lisbona – stipulato dopo il rigetto, in Francia e Olanda, del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa e ritenuto un risultato di compromesso rispetto al più ambizioso progetto di sancire l’entrata in vigore di una costituzione formale europea. Oggi, rispetto a tredici anni fa, si ritiene che sia ormai giunto il tempo di un riassetto istituzionale.

Il recente editoriale del Movimento Europeo che vi invitiamo a leggere, porta all’attenzione una serie di spunti di un certo interesse. Leggendo le prime righe, si apprende che l’Unione europea è definita come “organizzazione sui generis in cui convivono l’europeismo dei padri fondatori, il confederalismo di chi crede dentro e fuori l’Unione all’Europa delle tante patrie e il federalismo pragmatico degli autori del Manifesto di Ventotene”. Ecco quindi che si pone un primo punto interrogativo: il confederalismo rappresenta un freno rispetto alla possibilità di proseguire il cammino dell’Unione europea?

In realtà, il presidente del Movimento Europeo, prof. Pier Virgilio Dastoli, chiarisce che “Il Consiglio europeo è il rappresentante classico della dimensione confederale, non solo i sovranisti. Dal 2009 ad oggi, esso si è arrogato una serie di diritti non previsti dal Trattato”. Si può quindi essere orientati per una posizione confederale senza essere necessariamente sovranisti. Ciò però comporta alcuni problemi rispetto alla possibilità  di arrivare ad una sovranità europea. Chiarisce ulteriormente Dastoli, in merito a ciò, che “Le competenze dell’Unione sono stabilite dai governi. L’Unione continua ad essere una Unione di Stati”. E questo approccio indebolisce la prospettiva di una Unione evoluta verso la dimensione autenticamente europeista.

La lettura dell’editoriale pone all’attenzione anche un altro interessante aspetto: qual è il ruolo della comunicazione giornalistica rispetto al processo di integrazione europea? In relazione a ciò, è nota l’esistenza di un gap tra ciò che si decide nelle sedi istituzionali europee e il messaggio che passa ai cittadini. Continua Dastoli: “Purtroppo l’informazione circola, ma spesso non è corretta. Inoltre, spesso i leader dei vari Stati tendono ad attribuire a sé i successi e a Bruxelles gli insuccessi delle proprie politiche: quando le cose vanno bene, il merito è loro, quando vanno male, è colpa di Bruxelles. Rispetto a ciò, i leader più europeisti dovrebbero invece porre all’attenzione il valore aggiunto dell’integrazione europea, ma questo avviene assai di rado”.

Altro punto di interesse posto all’attenzione dall’editoriale del Movimento Europeo: “non sarà sufficiente modificare il Trattato lasciando sostanzialmente invariato il suo impianto originario”, si afferma. Rispetto a questo problema, sorge un ulteriore interrogativo: esiste una corrente di pensiero secondo cui esiste già, in qualche modo, già una Costituzione materiale, poiché esistono istituzioni europee che, ispirandosi alle logiche di funzionamento delle principali democrazie, prendono decisioni che producono effetti valevoli in tutti gli Stati membri. Secondo Dastoli, tuttavia, c’è un difetto: “Vi sono una serie di materie che, per arrivare a decisioni efficaci, dovrebbero diventare di competenza dell’Unione e che invece restano nelle mani degli Stati membri. Intanto, non c’è ancora un testo costituzionale europeo nel quale i cittadini si riconoscano, come avviene invece per la Costituzione italiana; difficile che si riconoscano nel Trattato di Lisbona, data la sua complessità. La Costituzione europea nata dal progetto di Giscard era un testo più semplice, ma poi non è stato ratificato. Bisognerebbe oggi riscrivere il Trattato di Lisbona separando la parte del diritto primario, di rango costituente, dalla parte delle politiche, che è diritto secondario. I governi hanno creato molta confusione rispetto a questo passaggio. È vero che esiste una Costituzione materiale, ma bisogna, come afferma Habermas, che i cittadini sentano una sorta di patriottismo costituzionale, che si identifichino in una Costituzione europea che oggi formalmente non esiste”.

Un ulteriore punto di interesse dell’editoriale del Movimento Europeo è quello in cui si afferma che è oggi necessario “rivedere le categorie e le competenze dell’Unione alla luce delle sfide interne ed esterne con una visione dinamica del principio di sussidiarietà e nella logica federale dei rapporti fra l’Unione e gli Stati membri nell’ambito delle competenze cosiddette concorrenti”. In merito a ciò, nasce un altro interrogativo: che cosa si intende per “visione dinamica del principio di sussidiarietà”?

Risponde Dastoli: “Mentre nel Trattato di Lisbona si propende per un concetto di vicinanza delle istituzioni ai cittadini inteso in senso geografico, secondo cui le decisioni si prendono là dove c’è maggiore vicinanza ai cittadini, le decisioni vanno invece prese là dove è più efficace prenderle. In materia di energia, salute, industria, politica estera, se è più efficace decidere a livello europeo, è opportuno che sia questo il livello decisionale. Nel progetto Spinelli del 1984 era già presente tale assunto: si prevedeva che vi fossero competenze concorrenti e, nel momento in cui l’Unione europea interveniva in una di esse, attraverso procedure molto vincolanti, tutta quella competenza diventava esclusiva dell’Unione. Naturalmente, questo passaggio ha necessità di essere realizzato attraverso una legge organica e delle maggioranze speciali. Nel Trattato di Lisbona, invece, nel momento in cui l’Unione interviene in un settore specifico, è solo in quell'ambito ristretto che lo Stato non può più legiferare, ma le competenze non possono essere estese come immaginato dal progetto Spinelli”.

Le conclusioni dell’editoriale del Movimento Europeo delineano una prospettiva di breve e medio termine, che guarda a tutto l’anno prossimo. Infatti, si afferma che “Al termine di quest’esercizio di cittadinanza attiva deliberativa che potrebbe concludersi nell’autunno 2023, spetterà al Parlamento europeo promuovere un incontro con i parlamenti nazionali e le assemblee regionali con poteri legislativi nel quadro di “assise della democrazia rappresentativa” al fine di preparare il terreno per un processo costituente di un’Europa sovrana, democratica, solidale ed inclusiva”. Ecco quindi emergere un ulteriore interrogativo: al termine di questa riflessione, si può essere più o meno ottimisti nella situazione attuale, guardando al passato prossimo e a quello remoto?

Risponde Dastoli: “Che i governi possano trovare un accordo per convocare una Convenzione finalizzata alla riforma dei Trattati è abbastanza complicato. Dobbiamo invece lavorare con l’obiettivo che il Parlamento che sarà eletto nel 2024 possa avere un ruolo costituente. È più difficile, comunque, cambiare i trattati attraverso una conferenza intergovernativa che attraverso il ruolo costituente del Parlamento europeo. Nel primo caso, infatti, prevale la linea secondo cui ciascuno, tra chi siede attorno al tavolo, rappresenta un interesse nazionale. È chiaro che così diventa difficile mettersi d’accordo e raggiungere l’unanimità. Attraverso il metodo costituente, invece, chi siede attorno al tavolo rappresenta una propria visione dell’interesse europeo, ciascuno dalla prospettiva della propria formazione politica, ma in vista di interessi comuni a tutti i cittadini europei ”.

Quale dovrebbe essere quindi il metodo per avviare un tale processo? Si dovrebbe partire da una risoluzione comune in occasione di una sessione plenaria, che poi sfoci in un iter che coinvolga anche il Consiglio?

“Nel 1984, in occasione dei lavori per il progetto Spinelli, lavorammo per due anni, al Parlamento europeo, all’interno della allora Commissione Affari istituzionali (oggi Affari costituzionali, ndr). Non sarebbe certo bastata una risoluzione in seduta plenaria, ma fu necessario un  lavoro di concerto con i giuristi, attraverso numerose audizioni. Dopodiché, una volta approvato dal Parlamento, il Trattato, in base alla Convenzione di Vienna, poteva essere approvato direttamente dai Parlamenti nazionali senza essere sottoposto al giudizio dei governi nazionali. Avevamo anche deciso di visitare i vari parlamenti nazionali, anche se in realtà fu possibile raggiungere solo quello tedesco, quello belga e quello italiano, favorevoli al progetto Spinelli. Si arrivò poi alla scadenza delle elezioni europee e non fu possibile recarsi in tutti gli altri parlamenti. L’idea rimane la stessa: che il Parlamento europeo si coordini con i parlamenti nazionali, anche seguendo il metodo delle assise interparlamentari, come quelle che si svolsero a Roma a novembre del 1990. I parlamenti quindi, se hanno delle proposte di modifica, le possono discutere per poi arrivare ad un testo finale, che, in base alla Convenzione di Vienna, possono ratificare senza passare per i governi.  E questo è il metodo preferibile per riformare l’Unione europea”.

 

Massimiliano Nespola

La fine forzata dell’infanzia

In un contesto come quello creatosi in Ucraina, di guerra, di incertezza, la fuga, il fatto di riprendere la vita altrove, comporta una netta cesura di tutte le certezze dei bambini. Vengono meno garanzie, quali la protezione, i diritti e le tutele, l’istruzione che garantisce loro di crescere e maturare.

La pace è un diritto sacrosanto di cui ogni bambino non può essere privato. La guerra fissa l’improvvisa cessazione di questi diritti. La pace per un bambino significa altresì l’armonia nel suo microcosmo, assieme ad altri bambini, il che include anche l’ambito famigliare. Quando sorgono conflitti, i bambini sono le prime vittime, perché arrecano loro disturbi che si possono riflettere nel contesto sociale, messo a rischio da fenomeni di bullismo, criminalità e persino degrado nel territorio.

I bambini necessitano di punti di riferimento. Quando questi gli mancano, possono avvertire un’immensa solitudine che li porta ad affidarsi unicamente alle loro forze. Contemporaneamente, vivono un senso di impotenza che alimenta in loro un senso di onnipotenza, per mascherare le loro paure. I bambini pregano, in una situazione di conflitto, per trovare una protezione del proprio sé.

Il legame col cibo per i bambini è il primo contatto che instaurano. Togliergli questo e le cure mediche significa gettarli nella crisi più profonda, aumentando la depressione senza uscita, nella quale si cerca riparo con gesti anche distruttivi. La perdita di una persona cara, per un bambino innesca sensi di vendetta.

È la casa la fonte di protezione principale per un bambino. Li trova stabilità, così come la scuola rappresenta un luogo di riferimento, assieme ad altri analoghi in cui svolgere le proprie attività ricreative. Senza una dimora si perde tutto. Si entra in un turbine di disperazione e disorientamento, ricostruendo poi con difficoltà le consuetudini che prima garantivano stabilità.

 

Daniel Mateo Montalcini – a cura di Massimiliano Nespola 

Giornalismo, Premio Daphne Caruana Galizia 2026: 10 i finalisti

E' giunta al termine la selezione tra le 344 candidature inviate da parte di giornalisti dei 27 Stati membri dell’Unione europea;  sono...

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