Anche la comunicazione
pubblica può fornire un apporto consistente, per il futuro
Il 9 maggio 2022 ha rappresentato il momento conclusivo dei
lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa. In occasione di tale data, associata
simbolicamente alla festa dell’Europa, che ricorda ai cittadini europei la
Dichiarazione Schuman del 1950, è inevitabile svolgere un’analisi della
situazione attuale e farlo anche in prospettiva futura.
In relazione a ciò, il 10 maggio, ieri, si è tenuto on line
un interessante evento organizzato dal Movimento Europeo, nel corso del quale,
partendo dal discorso del giorno precedente del Presidente francese Emmanuel
Macron, si è guardato a tali orizzonti, a ciò che rimane della Conferenza e se
si sia effettivamente trattato di un momento di evoluzione positiva del
processo di integrazione europeo.
L’Unione europea che emerge da questa analisi vede realizzati alcuni passi in avanti e tuttavia molti punti programmatici restano ancora
non realizzati. Ciò che non ci si stanca di ribadire, da più parti, anche
ascoltando i molti interventi susseguitisi nel corso dell’evento sopracitato, è
il fatto che la struttura istituzionale europea costituisca un completamento rispetto alla dimensione degli Stati nazionali preesistenti e che è nata con l’obiettivo di
sopperire ad alcuni limiti insuperabili per gli stessi.
È noto infatti che l’Unione europea nasce dalla
consapevolezza di rappresentare, per gli Stati nazionali sorti in epoche
storiche pregresse, in un mondo assai differente rispetto a quello attuale, l’unico
rimedio possibile alla conflittualità perpetratasi nei secoli. Era necessario,
dopo la seconda guerra mondiale, dotarsi di una struttura istituzionale comune,
entro cui concertare le decisioni da prendere per camminare insieme verso un
futuro di benessere.
In relazione a ciò, l’Unione europea rappresenta un esempio
riuscito di cooperazione tra Stati che si regge anche su un forte apporto
morale e che si pone quale pilastro per sostenere un’unità che è data dalla
necessità di una forte tensione nella direzione della pace quale
presupposto di una crescita comune.
Così come, agli inizi del secolo scorso, erano sorti altri
istituti quali l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori, quale risposta
degli Stati ai nuovi rischi emergenti per via dello svolgimento di attività
manuali complesse in ambito industriale, allo stesso modo l’Unione europea è
nata per rispondere ad esigenze sociali e politiche comuni a tutti i cittadini
degli Stati membri.
Si tratta di un progetto che ha voluto guardare al futuro di
un mondo in cui è emerso, con la seconda guerra mondiale, il peso di
superpotenze come gli Stati Uniti, la Russia, a cui oggi se ne aggiungono
altre, come la Cina, il Brasile, l’India: grandi agglomerati economici e
politici con i quali interloquire necessariamente in numerosi settori.
I vari Stati europei hanno la necessità di saper rispondere
in maniera unitaria, nello scacchiere internazionale; ciò è noto, non da oggi.
Il dilemma attuale è se farlo mettendo mano ai Trattati, da modificare dandosi
l’obiettivo di sottoscrivere una vera e propria Costituzione, oppure se
riformare l’Unione a trattati invariati.
Si tratta di un argomento divisivo, come è emerso nell’incontro
organizzato dal Movimento Europeo, poiché, proprio in relazione a ciò, è stato
presentato un “non paper” da parte di 13 Stati membri – Bulgaria, Repubblica
Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Malta,
Polonia, Romania, Svezia e Slovenia – che ritengono non opportuno rimettere
mano ai Trattati. Per la precisione, affermano che si tratterebbe di un passo "sconsiderato e prematuro".
A tal proposito, c’è da dire secondo una corrente di
pensiero già esiste, non da oggi, una Costituzione europea, data dal fatto che vi
sono le sue istituzioni e una sfera di rapporti consolidati interni all'Unione.
Posto che tale assunto sia effettivamente corretto, bisognerebbe comprendere se
e come sia cambiata, rispetto all’ultima riforma che ha portato tra il 2007 e
il 2009 alla ratifica del Trattato di Lisbona, la natura di questi rapporti, in
vista (eventualmente) di una riforma dei Trattati.
Ad ogni modo, questo è un passo politico che dovrebbe tener
conto della volontà dei cittadini e, in relazione a ciò, preme qui sottolineare
un punto: anche grazie anche ai media, bisognerebbe far comprendere ai
cittadini europei il fatto che una maggiore integrazione politica europea è una
necessità, oggi e per il futuro.
Considerato l’assunto teorico relativo all’esistenza di fatto
di una Costituzione europea e accettando il presupposto secondo cui può
esistere una Costituzione materiale anche in assenza di Costituzione formale, bisogna
comprendere come sia possibile incidere positivamente sulla sfera attuale dei
rapporti esistenti nella società europea, al fine di una evoluzione in
positivo, verso la dimensione costituente in senso federale.
A questo proposito, si può affermare intanto che la società
europea ha bisogno di un nuovo piano di comunicazione: decentrata rispetto a
Bruxelles, poiché spesso si è rimarcata l’esistenza di una certa dose di
autoreferenzialità della stessa, quando in realtà bisognerebbe uscire dalla
bolla in cui “Bruxelles speaks to Bruxelles”. È necessaria una comunicazione
capillare che possa funzionare grazie ad una sinergia tra i media degli Stati
membri.
Anche se non è un’impresa semplice da realizzare, sono
inoltre necessari media europei. In relazione a ciò, ci sono stati dei
progressi, negli anni, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Rispetto al
passato, con una certa facilità è possibile seguire i lavori istituzionali del
Parlamento europeo. Molto è disponibile in merito alle attività del Consiglio e
della Commissione, al punto che addentrandosi nei siti istituzionali dell’Unione
si avrà la sensazione di perdersi, data l’ampia mole di documenti consultabili.
Ma molto rimane da fare, soprattutto per rendere sempre più chiari e
trasparenti i meccanismi di funzionamento dell’Unione europea, che è oggi un
cantiere aperto anche dal punto di vista della sua comunicazione pubblica.
Massimiliano Nespola